Laureatami

Dopo una lunga attesa fatta di tribolazioni, angosce e notti piene di incubi è arrivato anche per me il fatidico giorno. Da oggi in poi chiamatemi dunque dottoressa magistrale. In realtà, la presidente di commissione mi ha dichiarato dottoressa in storia della filosofia senza magistrale, ma siamo sicuri che esista questo titolo? Cosa significa poi? Lasciamo per il momento da parte questi malsani interrogativi e preoccupiamoci di raccontare (tramite fotocronaca) questo giorno importante, che fa da spartiacque tra la spensierata età studentesca e l’angosciante età adulta.
Gli attimi immediatamente prima della seduta sono i più terribili: il panico più di una volta ha tentato di invadermi e farmi fuggire lontano, e dopo la “vestizione” continuavo a ripetermi «adesso svengo… no vomito… no svengo vomitando… vomito svenendo». La seguente carrellata di faccinemie può darvi un’idea del mio stato d’animo:

Fortunatamente la mia cara mammina mi esortava a fare una sorta di training e, sarà stato il cervello pieno d’aria (dovuto ai lunghi respiri da training), sarà stato il mio buon demone, fatto sta che sono andata a sedermi senza svenire o vomitare. Li, su quella sediuzza, con una cinquantina di occhi (distratti) puntati addosso, e quella tunica ridicola (che non fa che aumentare il tuo senso di nullità), ho cercato di darmi un contegno, assumendo una posa intelligente e interessata.


La mia performance è durata pochi minuti: sono riuscita a scandire le parole e a dare l’impressione di credere in ciò che dicevo (braaava); i miei professori (Corsaro e Barbanti) sono stati tanto gentili e hanno lodato pure a sproposito il mio lavoro. E quando tutto è finito un’ ilarità demente si è impossessata di me.

Dopodiché mi sono regalata una discesa trionfale dalla scalinata del monastero (cosa che sognavo dal primo giorno in cui ho messo piede lì dentro).

Peccato non avessi dietro la banda (parapanzupanzupanzù), in compenso avevo tanti fans applaudenti (nella mia testa).


E dopo una bella foto di gruppo

tutti (o quasi) a festeggiare la mia e la sua laurea con un pranzetto a base di pesce (avrei preferito un bagno catartico ma va bene lo stesso) e con tanti bei regalini tra cui uno che mi aiuterà a combattere le mie ansie future.

Addizzu Nasci

“Addizzu Nasci” non è un tizio giapponese come pensava mia cugina, ma un motto siculo atavico che a mo’ di mantra, ripeto, quasi inconsciamente, da quando ho realizzato che la mia esperienza universitaria è finita. Se il motto ha ragione, non devo disperarmi ed angosciarmi per ciò che sarà di me nei prossimi anni a partire da… ora. Non devo preoccuparmi se la mia vita cambierà radicalmente, e assieme a lei io; io che diventerò sempre più triste, più arida, più apatica; io che manderò a buttane i miei quattro ideali spiccioli per uno stipendio da fame chissaddove; io che non avrò più tempoforza di dedicarmi a ciò che mi piace e mi fa stare bene.

Mi terrorizza l’idea di diventare un adulto “normale”.

Sull’idea di *ulo

Rieccomi qui, costretta ad abbandonare momentaneamente i drammi da tesi (ancora!?), perché chiamata da un impegno urgente e improrogabile: rispondere al grazioso post di Tommy sui culetti femminili. Capirete la mia situazione: mi sento toccata non solo in quanto fidanzata del grande estimatore di fondoschiena (una delle innumerevoli qualità di Tommy che ahimè mi era sfuggita) ma anche e soprattutto come donna. Ma tranquilli maschietti, non sarà una di quelle acide prediche piene di tristi luoghi comuni del tipo: “ah voi uomini! avete l’intelletto annebbiato dal testosterone!” o “non riuscite a guardare oltre, siamo per voi solamente degli oggetti”. No no, niente di tutto ciò. Anzi considerando che proprio in questi giorni la mia mente è occupata a rielaborare le riflessioni di Platone sull’anima e il ruolo delle passioni nella condotta umana, sarei addirittura propensa a giustificarvi. Anche Platone, alla fine della sua vita, ha dovuto ammettere l’impossibilità di compiere scelte puramente razionali, tanto forte è la tirannia delle passioni, come potrei dunque non farlo io! Quindi ragazzi guardate pure tutti i sederi che vi passano davanti (cercando se è possibile di preservare la vostra incolumità), evitate di pensare però che noi fanciulle, dall’alto della nostra educazione cattolica (maschilista) che ci vuole pure e pudiche, siamo lontane da queste tendenze (altro becero luogo comune). Anche noi siamo costrette dai nostri istinti più bassi a rimanere, se è possibile per giorni, a fissare il sedere che oserei definire platonico (in quanto rappresenta l’idea pura di sedere maschile) del giovane di Mozia – per non parlare delle sue spalle possenti, delle sue gambe tornite… insomma ragazze, giudicate coi vostri occhi.

giovane di mozia

Cacografia

Scrivere è sempre stato un problema per me. E se dico sempre vuol dire sempre, ovvero dal primo giorno di prima elementare quando non riuscivo a fare le stanghettine precise come quelle della mia compagna di banco Pamela. La maestra mostrava spesso il mio quaderno quale esempio da non imitare a tutta la classe e saranno state migliaia le persone che m’hanno fatto notare d’avere una cacografia.

Scruoppi

La prof di latino pittorescamente la definiva “scruoppi nturciniati” e quella di filosofia è ancora convinta che ho origini egiziane dato il mio naso e la scrittura geroglifica (mischina, non c’era molto con la testa). Ma non è soltanto una questione di grafia (cosa che ho risolto brillantemente con l’uso del pc, dove segno pure la lista della spesa): faccio sforzi immani a trasformare i pensieri in un discorso ordinato e corretto. Anche questo da sempre: il tema di italiano era per me un dramma, la prima ora e mezza (delle due) la passavo ad angosciarmi e sudare davanti a quel foglio terribilmente bianco mentre tutti intorno a me vomitavano fiumi di parole (brrr), e alla consegna ero stanca come una partoriente. Ecco, questo è scrivere per me: un parto con complicazioni. Proprio in questi giorni rivivo quel senso di impotente frustrazione che mi pigliava davanti al foglio usobollo (uau non usavo questo termine da un sacco! Ma che differenza c’è tra foglio usobollo e protocollo!?), solo che stavolta ci convivo notte e giorno, e questo grazie a quella maledetta tesi che stenta a prendere forma (dalla serie: scrivo una pagina ne cancello tre). E poi anche questo blog, suvvia è ridicolo!! Ma che vi devo dire, bisogna accettare i propri limiti, magari sono portata per qualcos’altro tipo… mmm… ah! Si, faccio ridere la gente!

Folletta

[Attenzione, mi trovano buffa, non spiritosa (che sarebbe pure un complimento).] Peccato che oggi come oggi i giullari di corte hanno meno possibilità dei filosofi di trovare lavoro. [Ok il Nostro Presidente del Consiglio (di nuovo miodddiooo) fa eccezione.]

Per Ilenia

Che si può fare per amicizia?
Si può prendere la propria vita e congelarla per una quindicina di giorni dedicandosi alle faccende e ai pensieri più disparati che mai e poi mai immaginavi di poter fare. Bene, questo è quello che è successo a me nelle ultime due settimane :
ho colorato milioni di chicchi di riso con la carta crespa e li ho garbatamente (più o meno) attaccati sopra due puffi di cartone incollandomi indelebilmente le dita;
ho speso una fortuna a palloncini;
ho importunato gente per strada filmando le loro reazioni;
ho ripreso [con una telecamera non mia (rischiando quindi la decapitazione in caso di danni)] le performance di una giornalista improvvisata (brava però!);
ho disegnato e colorato buffi fumetti;
ho montato filmati fino alle due di notte;
ho recitato la parte di una ottantenne imbranata perdendo la dignità;
ho portato scarpe col tacco per una serata intera compromettendo (forse per sempre) il mio piede sinistro;
ho pianto durante l’incontro fra gli sposi (io che detesto i matrimoni e tutto quello che ci sta attorno).
Ansia torpore mentale sonno e fame mi hanno fedelmente accompagnato per tutti questi giorni.

Io e Ilenia

Tutto questo per lei, la mia grande amica, garante del mio equilibrio mentale, sufficiente (lei sola) a farmi riconquistare (per un attimo) fiducia nel genere umano. E adesso che ha realizzato il suo grande sogno se n’è andata (bastarda Sicilia con le sue offerte di lavoro inesistenti).
In queste due settimane ho quindi perso un’amica, qualche chilo e qualche anno di vita ma ho guadagnato un paio di consapevolezze:
non ho nessuna capacità organizzativa, non riesco a fare più cose contemporaneamente, non riesco a superare le situazioni stressanti, so solo sguazzarci dentro masochisticamente.
In una sola parola non sono adatta a vivere in un mondo fatto di aziende marketing leader e prestazioni performanti… che ne sarà di me!!

Perversioni culinarie

Avvertenza: il post che segue è lievemente pulp.

La Pasqua si sa, è la festa del sangue, della carne, del corpo martoriato e immolato.

Cristo alla colonna

La cucina pasquale non può certo essere da meno: ecco che allora la mia veranda si trasforma in una specie di tèmenos con tanto di: altare sacrificale (un tavolo di legno protetto da tovaglia di plastica a quadri blubianchi), sacerdote (mio padre e il suo ghigno compiaciuto ma un po’ schifato) addetto allo smembramento e svisceramento dell’animale (un mezzo agnello), assistenti premurose, vago odore dolciastro e appiccicaticcio e pittoreschi coli di sangue.
Ogni buon sacrificio prevede poi la spartizione e la consumazione delle carni dell’immolato (per gli antichi una delle poche occasioni per strafogarsi di carne, per i moderni una delle infinite occasioni per strafogarsi di carne): ecco che allora il ragusano ti inventa una ricetta golosa (perversa) per rendere più appetibili le interiora di agnello: i “turciniuna”
Il turciniune è il prodotto di un assemblaggio di interiora (una sorta di involtino); gli ingredienti che lo compongono sono in ordine:

    calia (tessuto grassoso che riveste lo stomaco);
    panza;
    cuore;
    polmoni;
    fegato;
    cipolla, cacio, prezzemolo.

Come spago per tenerlo chiuso si usa poi il budello (ci mancherebbe) che viene avvolto ripetutamente attorno al turciniune (da qui il nome, penso).
Se siete tanto curiosi (e avete lo stomaco forte) ho filmato il procedimento (clicca sull’immagine per vederlo).

Turciniuna

Noto con dispiacere che la tradizione dei turciniuna sta perdendo colpi: sempre meno giovani apprezzano la pietanza, ma io non lascerò che questo accada: trasmetterò ai miei pronipoti la storia dei turciniuna, magari quando avranno voglia di un racconto terrificante.

Here They Come

Metto su Here come the Bastards dei Primus e una sensazione mista tra frustrazione, ira e rancore si impossessa di me. Al terzo ascolto (consecutivo) la macedonia di sensazioni si trasforma in un’accozzaglia di pensieri confusi prima e in una sentenza illuminante poi: siamo egoisti, razzisti, fascisti per natura. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che il motore del mondo è l’egoismo sotto forma di accaparramento del danaro. Non si spiegherebbe nemmeno il fatto che è così difficile “fare la differenza” tra questa massa di gente inebetita e tramortita dal proprio individualismo. Il comportamento etico e responsabile è frutto di una lotta (esasperata) quotidiana contro la nostra irrazionalità. Riusciamo ad essere “giusti” solo a patto di soffocare il nostro istinto recalcitrante, di costringere il nostro ventre che continua ad urlare “miomiomiomio a me a me a me a me”. Il che non è semplice, insomma non è roba per tutti (in realtà per nessuno). Al settimo ascolto (consecutivo) comincio a giustificare gli xenofobi e i violenti in genere (in fondo seguono solamente i loro istinti), al che mi rendo conto della degenerazione dei miei pensieri e stoppo la musica… dovrebbero vietarle, certe canzoni.

A mente fredda, dopo qualche ora dall’ascolto allucinatorio, realizzo che le mie affermazioni deliranti non contenevano poi nulla di originale, tanta tanta gente (più furba di me) prima di me ha riflettuto sulla “cattiveria naturale” dell’uomo e sulla difficoltà di gestire le proprie passioni. [Dieci minuti fa ho salvato una mosca che stava annegando in un succo di frutta melmoso, è ancora li che si ripulisce con cura, zampine testa e ali... secondo me è spacciata, non riuscirà più a volare, dite che sarebbe meglio avvisarla?] Penso ad Euripide (che sto studicchiando per la tesi): i suoi personaggi sono così afflitti perché sono ben coscienti che il male proviene loro non dall’esterno tramite demoni maligni (come per Eschilo) ma dall’interno, dalla loro stessa natura. La loro ragione non può che assistere inerme davanti all’affermazione del dramma.
Pensiamo a Medea che supplica impotente il suo thymos (una sorta di istinto):

No, no, cuor mio, non compiere lo scempio!
Lasciali, o trista, i figli non uccidere.

E poi davanti alla presa di coscienza dell’ineluttabile destino (che si è autoimposta!):

Intendo ben che scempio son per compiere;
ma più che il senno può la passione,
che di gran mali pei mortali è causa.

E mi pare che in questi ultimi versi ci sia una chiara frecciatina all’intellettualismo etico di Socrate… ma questo è un altro discorso.

Vomitofobia

Avvertenza: il post che segue è abbastanza disgustoso, soprattutto se sei emetofobo.

Internet è un’invenzione meravigliosa, non finirò mai di pensarlo. Oggi ad esempio ho scoperto di non essere l’unica pazza al mondo ad avere terrore del vomito, anzi, si tratta di una fobia comune e ben studiata: la emetofobia. L’emetofobo preferirebbe un intervento chirurgico ad una vomitata; a me basterebbe vomitare da un’altra parte del corpo… che so, dal ginocchio ad esempio: non mi spaventerebbe affatto vomitare dal ginocchio.

Gli emetofobi non vomitano mai (paradossale): io non ricordo (giuro!) l’ultima volta che m’è successo. A quanto pare riescono a trattenere i conati (mi pare assurdo a dire il vero) e non rimettono neanche nel caso in cui sarebbe consigliabile; secondo me più semplicemente non esagerano mai col cibo per evitare di stare male. Abbuffarmi equivale per me a una sorta di peccato mortale, uno scandalo, una violenza masochistica. Dopo aver visto la Grande abbuffata (in cui i protagonisti decidono di suicidarsi strafogandosi) sono stata male tre giorni: tutt’oggi ricordo quel film con angoscia di morte (brrrr).

 

ominovomito

Gli Emy (da non confondere con gli emo) hanno terrore di vomitare in pubblico, o in una situazione dalla quale non è facile svincolarsi. Io non posso prendere l’autobus o mezzi senza bagno a bordo, né stare in stanze strette piene di gente, né in mezzo alla folla tipo s. Agata.

Ma gli emy hanno anche terrore di vomitare soli. La paura del vomito mi si presenta spesso di notte (durante gli anni funesti della pubertà mi svegliavo ogni notte in preda al panicodavomito); da quando non dormo più sola la fobia notturna è praticamente scomparsa ma so che è sempre in agguato, e so che prima o poi ricapiterà di dormire sola [(brrr) non stiamo qui a pensare cosa mi comporterebbe vivere sola].

Gli emy non possono nemmeno venire a sapere che una persona vicina ha rimesso, altrimenti temono di venire contagiati: l’altro giorno mio padre ha vomitato, vi lascio immaginare che giornata ho passato.

Gli emy non riescono a parlare con facilità della loro fobia… sto per vomitare…

Spigolatrici

Mia nonna oggi ha visto alla tv un servizio sulle spigolatrici (le donne che dopo la mietitura del grano ripassavano i campi raccattando le spighe dimenticate) e ha cominciato a saltellare di gioia (mia nonna è un personaggio buffo, saltella di gioia per ogni sciocchezza) dicendo: “talìa talìa chissu u facieumu macari niautri!!!” (guarda guarda quello lo facevamo anche noi) e cominciò a raccontare pressapoco così: “siccome erano tempi di canimìa (ristrettezze economiche), dopo la raccolta del grano tornavamo nei campi con un sacco appeso alla vita che pendeva da dietro, e lo riempivamo di spicuzze. Dopo aver raccolto fino all’ultima spicuzza buttavamo il contenuto dei sacchi nell’aia e gli uomini vi passavano sopra col carretto prima e con le bestie poi per pisari il frumento (operazione che serviva a separare i chicchi di grano dalla paglia) e poi aspettavamo la misericordia del Signore che facesse arrivare il vento e non facesse piovere, quando il vento era arrivato spagghiavamo il frumento con il tridente (si sollevava il frumento da terra in modo che la paglia volasse via e i chicchi di grano ricadessero a terra) e lo portavamo a macinare”.

Spigolatrici

 

Ecco, inizio a sentirmi in colpa per tutte quelle volte che ho criticato mia nonna perché si ostinava a non buttare il pane vecchio di settimane; comincio a percepire l’abisso fra la mia concezione del pane e la sua. Vivendo in prima persona il lungo ed estenuante processo che dalla spiga di grano ti porta alla cuddura (forma di pane ragusano) non porti a tavola un semplice alimento, ma un oggetto sacro: ecco perché il segno della croce prima di impastare o la formuletta propiziatoria per una buona cottura del pane (“signuri fici iu ora fai tu”); ecco perché il pane non si posa mai a “pancia in giù” figuriamoci buttarlo… un sacrilegio!

Pane duro

 

Del resto, non penso che ci sia mai stato un dio Pane ma il pane è spesso mandato da dio: Demetra fa conoscere la spiga di grano ai greci, e i cristiani pregano il loro dio dicendo “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e se lo mangiano pure come corpo di Cristo.

Beh, vado a farmi una zuppa di pane cotto, in fondo si lascia mangiare nonostante la consistenza viscidina.

Il mio Naso

Il mio naso non mi appartiene. Non che faccia fatica ad accettarlo come una parte di me, è che siamo proprio due entità separate: finisco io comincia il naso.

nasosara.jpg

Guardandolo allo specchio, di profilo, mi stupisce sempre, lo ricordavo ogni volta più piccolo. Mi dice mio padre che è un naso “importante”, forse troppo per la mia faccia. A Lui ricorda un tronco monco nodoso con tanto di tana per scoiattoli; qualche amico me la butta lì: “ma rifarlo?…no?”. Io stimo il mio naso; è serio, possente, stabile, è l’unica parte di me che suscita rispetto e ammirazione.

Mio nasino

Appunto non mi rappresenta per niente.

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