Metto su Here come the Bastards dei Primus e una sensazione mista tra frustrazione, ira e rancore si impossessa di me. Al terzo ascolto (consecutivo) la macedonia di sensazioni si trasforma in un’accozzaglia di pensieri confusi prima e in una sentenza illuminante poi: siamo egoisti, razzisti, fascisti per natura. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che il motore del mondo è l’egoismo sotto forma di accaparramento del danaro. Non si spiegherebbe nemmeno il fatto che è così difficile “fare la differenza” tra questa massa di gente inebetita e tramortita dal proprio individualismo. Il comportamento etico e responsabile è frutto di una lotta (esasperata) quotidiana contro la nostra irrazionalità. Riusciamo ad essere “giusti” solo a patto di soffocare il nostro istinto recalcitrante, di costringere il nostro ventre che continua ad urlare “miomiomiomio a me a me a me a me”. Il che non è semplice, insomma non è roba per tutti (in realtà per nessuno). Al settimo ascolto (consecutivo) comincio a giustificare gli xenofobi e i violenti in genere (in fondo seguono solamente i loro istinti), al che mi rendo conto della degenerazione dei miei pensieri e stoppo la musica… dovrebbero vietarle, certe canzoni.
A mente fredda, dopo qualche ora dall’ascolto allucinatorio, realizzo che le mie affermazioni deliranti non contenevano poi nulla di originale, tanta tanta gente (più furba di me) prima di me ha riflettuto sulla “cattiveria naturale” dell’uomo e sulla difficoltà di gestire le proprie passioni. [Dieci minuti fa ho salvato una mosca che stava annegando in un succo di frutta melmoso, è ancora li che si ripulisce con cura, zampine testa e ali... secondo me è spacciata, non riuscirà più a volare, dite che sarebbe meglio avvisarla?] Penso ad Euripide (che sto studicchiando per la tesi): i suoi personaggi sono così afflitti perché sono ben coscienti che il male proviene loro non dall’esterno tramite demoni maligni (come per Eschilo) ma dall’interno, dalla loro stessa natura. La loro ragione non può che assistere inerme davanti all’affermazione del dramma.
Pensiamo a Medea che supplica impotente il suo thymos (una sorta di istinto):
No, no, cuor mio, non compiere lo scempio!
Lasciali, o trista, i figli non uccidere.
E poi davanti alla presa di coscienza dell’ineluttabile destino (che si è autoimposta!):
Intendo ben che scempio son per compiere;
ma più che il senno può la passione,
che di gran mali pei mortali è causa.
E mi pare che in questi ultimi versi ci sia una chiara frecciatina all’intellettualismo etico di Socrate… ma questo è un altro discorso.
Dopo 20 minuti buoni la mosca ha ricominciato a volare! E adesso mi gironzola intorno festosa.
I pezzettini di Medea li ho presi da internet perchè non ho il testo a portata di mano, quando lo avrò indicherò i “numeri” (non so dirlo meglio) dei versi citati.
Ottimo post. Amaro e vero… Facciamo antropologicamente schifo… (Personalmente avrei ucciso la mosca…
Si, è vero, facciamo schifo ma lasciami illudere (pateticamente) che possiamo reagire alla nostra naturafeccia, magari tramite piccole conquiste quotidiane…fra dieci anni avrò perso pure questa convinzione ma adesso voglio crederci!!! (bleeeeee)